STORIA

La passione per il calcio coincide con la data di nascita, Bologna 05/04/1973. Sin dai primi passi l’attrazione per la palla è forte, è l’amica inseparabile, la compagna di giochi preferita nei divertimenti con mio fratello. Le sfide in salotto con la pallina di spugna, col divano che fungeva da barriera e il mobiletto della tv come porta, sono ricordi indelebili.

Un impulso forte, radicato fin dalle scuole elementari: due calci a un pallone, in palestra o in cortile non fanno differenza, l’importante è giocare. Anche giù per una discesa, anche se si cade sul cemento, anche se saltano le uscite con gli amici. Resta giusto il tempo per lo studio, che per me è importante, tanto quanto praticare sport. Un problema: manca una squadra di calcio femminile vicino a casa. Mi cimento in altre discipline: ginnastica artistica, nuoto, softball, pattinaggio, atletica e basket, ma il primo amore non si scorda mai.  Decido allora di allenarmi a calcio con i maschi della mia età, pur senza poter disputare le partite, perché i regolamenti non lo consentivano…

Unica eccezione: il torneo delle vie, fatto d’estate ad Anzola dell’Emilia, il mio paese. La possibilità di misurarmi in partita: tanti gol e divertimento, insieme ai vicini di casa, una vittoria dentro la vittoria. Ogni anno vinciamo il torneo! Sempre a giocare, ogni occasione è buona: in un campo sabbioso che ora non c’è più durante le ore di educazione fisica, in un campetto spelacchiato con gli amici, nel balcone di casa e, pazienza se la palla ogni tanto cade giù, la soddisfazione di un gol val bene quattro rampe di scale. Cresce la passione, cresce anche l’antipatia di alcune compagne di classe invidiose delle attenzioni che i ragazzi mi rivolgono: tra noi la complicità è solo legata al calcio. E’ esclusivamente amicizia, non siamo ancora maturi per scoprirci come uomo - donna! Un sogno che rimane nel cassetto, fino a quando non vengo a conoscenza del Bologna, qualche allenamento, di giovedì il primo e poi subito tesserata, il debutto in serie B da titolare la domenica. Tutto troppo veloce! Per alcuni anni continuo anche a giocare a basket come playmaker ad Anzola, fino a quando il primo grave infortunio – rottura dei legamenti del ginocchio destro – mi pone davanti ad una scelta, affrontata senza dubbi: la strada è il calcio, cercando di seguire le orme del mio grande mito del tempo, Michel Platini.

Inizio nel Bologna, per poi passare al Lugo, col quale vinciamo al primo tentativo il campionato di B, debutto così in serie A nella stagione ’93-’94. Lì il primo trofeo, la Coppa Italia, cui contribuisco segnando una tripletta in finale. Impossibile dimenticarlo. Poi Modena, lo scudetto, la Supercoppa e la possibilità di giocare con tante brave atlete dalle quali imparare i segreti di questo sport. Una frattura mi tiene lontano per alcuni mesi dal campo, ma il ricordo di calpestare e segnare allo stadio Braglia cancella tutta la sofferenza. E nella stagione successiva purtroppo la rottura dei legamenti del ginocchio, per la seconda volta a distanza di dieci anni.

Un nuovo intervento e tanta riabilitazione ma nessuna paura di non tornare come prima. Si riparte dall’ambizioso neopromosso Foroni Verona , due secondi posti consecutivi e lo spareggio scudetto al terzo anno sul campo neutro di Pisa davanti a 5.000 tifosi, perso ai rigori dopo un campionato senza sconfitte. La consolazione, con la conquista della Coppa Italia, primo trofeo per il sodalizio bianco verde. Emozioni che resteranno per sempre, il doppio incarico come giocatrice e come allenatrice della seconda squadra, le mie ragazzine con i genitori sempre presenti sulle tribune per sostenermi. Ed anche la soddisfazione di diventare Campione d’Italia come selezionatrice dell’Under14 dell’Emilia Romagna, traguardo storico. Il futuro si scioglie in un presente sempre più rosa, arriva il debutto in Nazionale in Spagna per una gara di qualificazione mondiale, poi il passaggio alla Lazio, l’esperienza della Champions League e la Coppa Italia e l’Italy Women’s cup alzate al cielo. 
Il gol azzurro contro l’Olanda, l’estate passata in raduno per preparare al meglio le qualificazioni europee. Quindi una nuova sfida, il passaggio a Bergamo, dove sembra che ci sia voglia di costruire, ma la realtà è differente nonostante risultati storici mai raggiunti prima, la società chiude i battenti e così si ricomincia da Oristano. La musica non cambia, alcuni problemi finanziari vanificano i buoni risultati di squadra. L’assunzione dell’incarico di portare avanti le istanze delle calciatrici all’interno dell’AIC ostacola la carriera, con i Presidenti preoccupati dalla novità, impensieriti dalla capacità di veicolare il corretto ruolo della calciatrice, incapaci di scindere la mia professionalità in campo dal ruolo assunto. Un discorso lungo, che evoca solo tanta rabbia.

Katia serra da bambina

A distanza di dieci anni, la consapevolezza che oggi i tempi sono maturati e non è più un freno. Nessuna calciatrice subirà questi torti. L’anno successivo il trasferimento all’Agliana e poi, a gennaio, al Cervia, in serie B, due categorie più in basso dopo quindici anni di serie A, una scelta di cuore che oggi non rifarei. L’obiettivo è vincere il campionato e la Coppa Italia, ma entrambi i traguardi sono solo sfiorati, con un duplice secondo posto (causato da un clamoroso errore societario) che porta con sé non pochi rimpianti.

Nonostante le buone prestazioni e i due gol nella finale di Coppa Italia persa per 3-2 contro l’Aurora Bergamo, mi manca troppo l’agonismo della serie A. Si riparte vicino a casa, dalla Reggiana, per lasciare più spazio al lavoro. Raggiungiamo un buon quinto posto, vivo l’esperienza di essere rigorista della squadra ma, purtroppo, ancora il destino in agguato: all’ultima giornata, in un duro fallo di gioco mi rompo i legamenti del ginocchio sinistro – della gamba sana che, scherzosamente, definivo da modella perché immune da cicatrici. Mi sottopongo alla quinta operazione della mia carriera. E’ una tegola pesante, anche a causa dell’età, ma a 34 anni compiuti non demordo, lotto perché so di poter rientrare, nonostante mi ritrovi improvvisamente senza squadra: il mio personaggio comincia a diventare ingombrante. Le numerose attenzioni ricevute sono motivo di invidie e gelosie.

A gennaio del 2008 la fine dell’incubo, con la scelta che ricade su Trento, ultimo in classifica in serie A con sette punti di ritardo dalla zona salvezza. Amo le sfide, intravedo la possibilità di aiutare concretamente il gruppo. La squadra comincia a macinare punti e a due giornate dal termine è salva, prima che un grave episodio destabilizza lo spogliatoio. I passi falsi finali ci portano a uno spareggio, perso mentalmente prima ancora di entrare in campo. Solo grazie all’esperienza realizzo una doppietta, ma la squadra, formata da giovanissime calciatrici, non può reggere l’urto dello tsunami che ci ha travolto.  Perdiamo 4-2 dal Chiasellis. Per trattenermi, ricevo una proposta economica che, pensando al famoso film con Robert Redford, definisco “indecente”. Mai visti tanti soldi tutti insieme in vita mia! Da un lato la gratificazione di sentirmi importante, dall’altro la lungimiranza di capire che manca un progetto concreto e, ahimè, i fatti mi daranno ragione: rifiuto e dopo una sola stagione, la squadra sparisce, non per problemi economici. Dalle ceneri di questa delusione sportiva rispondo con grande entusiasmo alla chiamata della Roma che sogna lo scudetto. L’avventura inizia nei migliori dei modi, un ambiente carico di entusiasmo, la mia forma fisica che mi garantisce gol e prestazioni di livello, un gruppo forte e compatto con cui è piacevole giocare. Poi l’ennesima tegola, la rottura del tendine d’Achille, un infortunio gravissimo che mi terrà ferma per tutto il 2009. In quei mesi comincia a insediarsi l’idea del ritiro, il trapianto subito per la ricostruzione richiede pazienza, sei ore di riabilitazione quotidiana senza la certezza di recuperare completamente. A darmi forza, l’interessamento di diverse squadre e soprattutto una nuova prospettiva calcistica: giocare in Spagna. Nel Levante, squadra che aveva mostrato interesse già da due stagioni e, nonostante l’infortunio, s’informa costantemente sui progressi, mi fa sentire la sua vicinanza e soprattutto mi permette di vivere un’esperienza vera di calcio: giocare in un club professionistico. L’esperienza spagnola si rivelerà un grande arricchimento in campo e fuori. La “camiseta azulgrana” sarà l’ultima della mia carriera, obbligata al ritiro dai numerosi problemi fisici.